Esplora il significato del termine: re eventi al giorno. Dodicimila caffè. Una lista di ospiti da perderci il conto. Gli attori e i campioni. I politici e i magistrati. I giornalisti. La gente. Questo è stata #CasaCorriere ad Expo. Centottantaquattro giorni a farci storie, quelle degli altri. I lettori che “entravano” dentro il giornale. Per chiedere, consigliare, lamentarsi. E sempre qualcuno con la penna ad ascoltare. Sei mesi da attori non protagonisti, perché i giornalisti dovrebbero essere così. Spettatori e testimoni. E poi come dice a uno che il mestiere lo sapeva fare, Indro Montanelli, alla fine contano solo i lettori. A #Casacorriere sono arrivati in punta di piedi. E ripensandoci una seconda volta, forse valeva la pena rinunciare ai due gradini per entrare nell’”altra” via Solferino. A dire la loro e a raccontarsi. Anche le vite complicate di chi portava una pettorina gialla e la sera doveva tornare in una stanza chiusa dal di fuori. Ci siamo “ammalati” di un contagio positivo, capito che le inchieste che lasciano il segno sono quelle che si fanno con gli altri. E davanti all’ingresso le panchine per sedersi ed ascoltare di tutto. La musica di Bollani e i consigli di Garattini. Le riflessioni di Giovanna Mezzogiorno o le battute fulminanti di Antonio Albanese. Ognuno ci ha messo la faccia. Diversa da quella che, a volte, è la maschera imposta dal mestiere. L’attrice che confida le fatiche di essere mamma, il comico che ti racconta di suo padre muratore che quando morì c’era tutto il paese ai funerali. Il campione di basket venuto dall’America, Chuck Jura, e Milano non gli sembra più quella di una volta. Adesso è uguale a New York e al posto delle case un po’ sbrecciate degli anni Ottanta ci sono i grattacieli slanciati di Porta Nuova. La testimonianza toccante per ricordare l’11 settembre e le parole di quello che scrisse Oriana Fallaci. Le firme del Corriere che ogni volta che venivano ci sentivi l’affetto e la stima. Due nomi per non far torti a nessuno: Ettore Mo e Luca Goldoni. Cronisti che hanno raccontato guerre, alluvioni, sbarchi sulla Luna e con la stessa luce negli occhi e lo stupore intelligente che dovrebbe essere la cifra vera di ogni giornalista. A #CasaCorriere si sono incontrati l’alto e il basso, un melting pot di cose da dire che è stato davvero cibo per la mente. “In questo frastuono è rimasta un’idea, un’eco nel vento”, per dirla con i versi di una canzone. Ma non si sbiadisce il ricordo delle parole pesanti di don Ciotti a ricordarci che la mafia e le mafie non sono solo una brutta notizia da leggere sui giornali e sentire alla tv. Gli stessi trecento-quattrocento seduti o in piedi con le luci e i primi freddi e quella volta c’era Abantantuono. E il prossimo film era quasi un dettaglio. E una piccola-grande judoka, Edwige Gwend, genitori del Camerun e che che parla in parmigiano di quanto sia stupido il razzismo e di quanto sia più emiliana, italiana lei di chi magari ha la pelle con i pigmenti di un altro colore. #CasaCorriere che ci venivano i volontari e gli uomini della sicurezza. E dopo un po’ ci portavano mogli e figli come si fa quando si vanno a trovare gli amici. I carabinieri e i poliziotti a rassicurarti che tutto andava bene e qui era l’Italia come dovrebbe essere sempre. Un posto dove non devi guardarti le spalle e c’è sempre un saluto e un sorriso lungo il decumano. La succursale di via Solferino è diventata anche una piccola Accademia di Brera. Ogni weekend artisti di ogni dove a creare dal vivo. Perché un giornale è anche questo: il veicolo del bello.re eventi al giorno. Dodicimila caffè. Una lista di ospiti da perderci il conto. Gli attori e i campioni. I politici e i magistrati. I giornalisti. La gente. Questo è stata #CasaCorriere ad Expo. Centottantaquattro giorni a farci storie, quelle degli altri. I lettori che “entravano” dentro il giornale. Per chiedere, consigliare, lamentarsi. E sempre qualcuno con la penna ad ascoltare. Sei mesi da attori non protagonisti, perché i giornalisti dovrebbero essere così. Spettatori e testimoni. E poi come dice a uno che il mestiere lo sapeva fare, Indro Montanelli, alla fine contano solo i lettori. A #Casacorriere sono arrivati in punta di piedi. E ripensandoci una seconda volta, forse valeva la pena rinunciare ai due gradini per entrare nell’”altra” via Solferino. A dire la loro e a raccontarsi. Anche le vite complicate di chi portava una pettorina gialla e la sera doveva tornare in una stanza chiusa dal di fuori. Ci siamo “ammalati” di un contagio positivo, capito che le inchieste che lasciano il segno sono quelle che si fanno con gli altri. E davanti all’ingresso le panchine per sedersi ed ascoltare di tutto. La musica di Bollani e i consigli di Garattini. Le riflessioni di Giovanna Mezzogiorno o le battute fulminanti di Antonio Albanese. Ognuno ci ha messo la faccia. Diversa da quella che, a volte, è la maschera imposta dal mestiere. L’attrice che confida le fatiche di essere mamma, il comico che ti racconta di suo padre muratore che quando morì c’era tutto il paese ai funerali. Il campione di basket venuto dall’America, Chuck Jura, e Milano non gli sembra più quella di una volta. Adesso è uguale a New York e al posto delle case un po’ sbrecciate degli anni Ottanta ci sono i grattacieli slanciati di Porta Nuova. La testimonianza toccante per ricordare l’11 settembre e le parole di quello che scrisse Oriana Fallaci. Le firme del Corriere che ogni volta che venivano ci sentivi l’affetto e la stima. Due nomi per non far torti a nessuno: Ettore Mo e Luca Goldoni. Cronisti che hanno raccontato guerre, alluvioni, sbarchi sulla Luna e con la stessa luce negli occhi e lo stupore intelligente che dovrebbe essere la cifra vera di ogni giornalista. A #CasaCorriere si sono incontrati l’alto e il basso, un melting pot di cose da dire che è stato davvero cibo per la mente. “In questo frastuono è rimasta un’idea, un’eco nel vento”, per dirla con i versi di una canzone. Ma non si sbiadisce il ricordo delle parole pesanti di don Ciotti a ricordarci che la mafia e le mafie non sono solo una brutta notizia da leggere sui giornali e sentire alla tv. Gli stessi trecento-quattrocento seduti o in piedi con le luci e i primi freddi e quella volta c’era Abantantuono. E il prossimo film era quasi un dettaglio. E una piccola-grande judoka, Edwige Gwend, genitori del Camerun e che che parla in parmigiano di quanto sia stupido il razzismo e di quanto sia più emiliana, italiana lei di chi magari ha la pelle con i pigmenti di un altro colore. #CasaCorriere che ci venivano i volontari e gli uomini della sicurezza. E dopo un po’ ci portavano mogli e figli come si fa quando si vanno a trovare gli amici. I carabinieri e i poliziotti a rassicurarti che tutto andava bene e qui era l’Italia come dovrebbe essere sempre. Un posto dove non devi guardarti le spalle e c’è sempre un saluto e un sorriso lungo il decumano. La succursale di via Solferino è diventata anche una piccola Accademia di Brera. Ogni weekend artisti di ogni dove a creare dal vivo. Perché un giornale è anche questo: il veicolo del bello.
giovedì 29 ottobre 2015
Expo, sei mesi a #CasaCorriere tra musica, spettacolo, arte e incontri
Esplora il significato del termine: re eventi al giorno. Dodicimila caffè. Una lista di ospiti da perderci il conto. Gli attori e i campioni. I politici e i magistrati. I giornalisti. La gente. Questo è stata #CasaCorriere ad Expo. Centottantaquattro giorni a farci storie, quelle degli altri. I lettori che “entravano” dentro il giornale. Per chiedere, consigliare, lamentarsi. E sempre qualcuno con la penna ad ascoltare. Sei mesi da attori non protagonisti, perché i giornalisti dovrebbero essere così. Spettatori e testimoni. E poi come dice a uno che il mestiere lo sapeva fare, Indro Montanelli, alla fine contano solo i lettori. A #Casacorriere sono arrivati in punta di piedi. E ripensandoci una seconda volta, forse valeva la pena rinunciare ai due gradini per entrare nell’”altra” via Solferino. A dire la loro e a raccontarsi. Anche le vite complicate di chi portava una pettorina gialla e la sera doveva tornare in una stanza chiusa dal di fuori. Ci siamo “ammalati” di un contagio positivo, capito che le inchieste che lasciano il segno sono quelle che si fanno con gli altri. E davanti all’ingresso le panchine per sedersi ed ascoltare di tutto. La musica di Bollani e i consigli di Garattini. Le riflessioni di Giovanna Mezzogiorno o le battute fulminanti di Antonio Albanese. Ognuno ci ha messo la faccia. Diversa da quella che, a volte, è la maschera imposta dal mestiere. L’attrice che confida le fatiche di essere mamma, il comico che ti racconta di suo padre muratore che quando morì c’era tutto il paese ai funerali. Il campione di basket venuto dall’America, Chuck Jura, e Milano non gli sembra più quella di una volta. Adesso è uguale a New York e al posto delle case un po’ sbrecciate degli anni Ottanta ci sono i grattacieli slanciati di Porta Nuova. La testimonianza toccante per ricordare l’11 settembre e le parole di quello che scrisse Oriana Fallaci. Le firme del Corriere che ogni volta che venivano ci sentivi l’affetto e la stima. Due nomi per non far torti a nessuno: Ettore Mo e Luca Goldoni. Cronisti che hanno raccontato guerre, alluvioni, sbarchi sulla Luna e con la stessa luce negli occhi e lo stupore intelligente che dovrebbe essere la cifra vera di ogni giornalista. A #CasaCorriere si sono incontrati l’alto e il basso, un melting pot di cose da dire che è stato davvero cibo per la mente. “In questo frastuono è rimasta un’idea, un’eco nel vento”, per dirla con i versi di una canzone. Ma non si sbiadisce il ricordo delle parole pesanti di don Ciotti a ricordarci che la mafia e le mafie non sono solo una brutta notizia da leggere sui giornali e sentire alla tv. Gli stessi trecento-quattrocento seduti o in piedi con le luci e i primi freddi e quella volta c’era Abantantuono. E il prossimo film era quasi un dettaglio. E una piccola-grande judoka, Edwige Gwend, genitori del Camerun e che che parla in parmigiano di quanto sia stupido il razzismo e di quanto sia più emiliana, italiana lei di chi magari ha la pelle con i pigmenti di un altro colore. #CasaCorriere che ci venivano i volontari e gli uomini della sicurezza. E dopo un po’ ci portavano mogli e figli come si fa quando si vanno a trovare gli amici. I carabinieri e i poliziotti a rassicurarti che tutto andava bene e qui era l’Italia come dovrebbe essere sempre. Un posto dove non devi guardarti le spalle e c’è sempre un saluto e un sorriso lungo il decumano. La succursale di via Solferino è diventata anche una piccola Accademia di Brera. Ogni weekend artisti di ogni dove a creare dal vivo. Perché un giornale è anche questo: il veicolo del bello.re eventi al giorno. Dodicimila caffè. Una lista di ospiti da perderci il conto. Gli attori e i campioni. I politici e i magistrati. I giornalisti. La gente. Questo è stata #CasaCorriere ad Expo. Centottantaquattro giorni a farci storie, quelle degli altri. I lettori che “entravano” dentro il giornale. Per chiedere, consigliare, lamentarsi. E sempre qualcuno con la penna ad ascoltare. Sei mesi da attori non protagonisti, perché i giornalisti dovrebbero essere così. Spettatori e testimoni. E poi come dice a uno che il mestiere lo sapeva fare, Indro Montanelli, alla fine contano solo i lettori. A #Casacorriere sono arrivati in punta di piedi. E ripensandoci una seconda volta, forse valeva la pena rinunciare ai due gradini per entrare nell’”altra” via Solferino. A dire la loro e a raccontarsi. Anche le vite complicate di chi portava una pettorina gialla e la sera doveva tornare in una stanza chiusa dal di fuori. Ci siamo “ammalati” di un contagio positivo, capito che le inchieste che lasciano il segno sono quelle che si fanno con gli altri. E davanti all’ingresso le panchine per sedersi ed ascoltare di tutto. La musica di Bollani e i consigli di Garattini. Le riflessioni di Giovanna Mezzogiorno o le battute fulminanti di Antonio Albanese. Ognuno ci ha messo la faccia. Diversa da quella che, a volte, è la maschera imposta dal mestiere. L’attrice che confida le fatiche di essere mamma, il comico che ti racconta di suo padre muratore che quando morì c’era tutto il paese ai funerali. Il campione di basket venuto dall’America, Chuck Jura, e Milano non gli sembra più quella di una volta. Adesso è uguale a New York e al posto delle case un po’ sbrecciate degli anni Ottanta ci sono i grattacieli slanciati di Porta Nuova. La testimonianza toccante per ricordare l’11 settembre e le parole di quello che scrisse Oriana Fallaci. Le firme del Corriere che ogni volta che venivano ci sentivi l’affetto e la stima. Due nomi per non far torti a nessuno: Ettore Mo e Luca Goldoni. Cronisti che hanno raccontato guerre, alluvioni, sbarchi sulla Luna e con la stessa luce negli occhi e lo stupore intelligente che dovrebbe essere la cifra vera di ogni giornalista. A #CasaCorriere si sono incontrati l’alto e il basso, un melting pot di cose da dire che è stato davvero cibo per la mente. “In questo frastuono è rimasta un’idea, un’eco nel vento”, per dirla con i versi di una canzone. Ma non si sbiadisce il ricordo delle parole pesanti di don Ciotti a ricordarci che la mafia e le mafie non sono solo una brutta notizia da leggere sui giornali e sentire alla tv. Gli stessi trecento-quattrocento seduti o in piedi con le luci e i primi freddi e quella volta c’era Abantantuono. E il prossimo film era quasi un dettaglio. E una piccola-grande judoka, Edwige Gwend, genitori del Camerun e che che parla in parmigiano di quanto sia stupido il razzismo e di quanto sia più emiliana, italiana lei di chi magari ha la pelle con i pigmenti di un altro colore. #CasaCorriere che ci venivano i volontari e gli uomini della sicurezza. E dopo un po’ ci portavano mogli e figli come si fa quando si vanno a trovare gli amici. I carabinieri e i poliziotti a rassicurarti che tutto andava bene e qui era l’Italia come dovrebbe essere sempre. Un posto dove non devi guardarti le spalle e c’è sempre un saluto e un sorriso lungo il decumano. La succursale di via Solferino è diventata anche una piccola Accademia di Brera. Ogni weekend artisti di ogni dove a creare dal vivo. Perché un giornale è anche questo: il veicolo del bello.
sabato 19 settembre 2015
Eros Ramazzotti, pop, noir e impegnato. Lo show? "Perfetto"
TALENT — E dire che Tommassini lavora per XFactor, esempio dei talent che Eros non ama ("una sorta di Sanremo: quanti artisti sono usciti dal Festival?", curioso detto da lui) e che ha dato alla figlia Aurora uno spazio che non lo entusiasma. "Preferivo che ci arrivasse più preparata. Tre anni fa voleva andarci come cantante, ma l'ho fermata. Stavolta non ho potuto gestirla, l’entourage della madre l'ha spinta ma farà bene: se vede tanta gente si tuffa, io scappo". Lui sembra scappare pure dall'Italia: non ama la musica ("appiattita"), Marino ("Roma è abbandonata"), San Siro ("lì non canto e non perché ci gioca l’Inter") e, per far riflettere sul tema-migranti, accompagna Esodi (del 1993, eppure attuale) con il video di un bimbo avvolto dalla bandiera europea ("ma da noi è più difficile trovare braccia aperte"). Allora, Eros: la Terra promessa lei non l'ha raggiunta? "Io sì. Era il desiderio di vivere bene". E tutti gli altri? "Meno".
lunedì 31 agosto 2015
MTV Video Music Awards 2015: tra i vincitori, la regina è Taylor Swift
martedì 4 agosto 2015
AL SUMMER ROCK SPUNTANO GLI STRADURI KILLA
TRIESTE. Alcuni frammenti del Progressive anni '70 e un paio di vetrine dedicate a prodotti locali, una delle quali ben distante dagli stilemi abituali della rassegna. Sembra oramai ufficiale il cartellone della XII edizione del Trieste Summer Rock Festival, manifestazione a cura dell'Associazione Musica Libera, incastonata nel ciclo di appuntamenti di "Trieste Estate" in programma nelle serate di sabato 8 e domenica 9 agosto in Piazza Verdi (dalle 21, ingresso libero). Degli artisti annunciati, anzi ipotizzati dalla organizzazione poco più di un mese fa, resiste un solo nome, quello del gruppo Amon Düül, la band tedesca sorta verso la fine degli anni '70, antesignana del Kraut Rock ma soprattutto figlia del fermento culturale e di protesta dell'epoca, protagonista di una gamma di sperimentazioni in salsa psichedelica, tribali e di stampo lisergico (si, l'acid rock) puntellata dalle ricerche Underground e dalle prime vere tonalità dal respiro gotico/dark. La band bavarese sarà di scena nella serata del 9 agosto e approderà a Trieste con la versione Amon Düül II, formata solitamente da una decina di elementi, tra cui una voce femminile, quella di Renate Knaupe Kroetenschwanz. Assieme ai datati cugini dei Popol Vuh, la serata di domenica regala l'esibizione di un artista dai tratti meno luciferini, Matteo Brenci, giovane autore e chitarrista triestino particolarmente attivo nell'arco degli ultimi anni, grazie all'intrecciarsi di collaborazioni, concerti, apparizioni televisive e soprattutto con l'uscita del suo primo album cantautorale, "Simplicity", un delicato affresco di dieci brani in chiave acustica. La prima serata del Trieste Rock Festival, quella di sabato 8 agosto, appare invece completamente stravolta rispetto alle prime indicazioni. Cadono infatti le proposte targate Delirium, Acqua Fragile e Latte Miele, spazio invece ai Metamorfosi, i Disequazione e persino al gruppo Straduri Killa, la baby band di ballerini che ha saputo lasciare il segno sulla ribalta del format Italian's Got Talent, realtà che tuttavia non presenta nessun legame con il Prog Rock, l'essenza, almeno sulla carta, che dovrebbe animare un festival estivo che negli anni ha ospitato nomi come la Pfm, i New Trolls, Alan Parson, Steve Hackett e molti altri. Mentre Lignano offre una certa concorrenza celebrando la riunion degli Spandau Ballet, nella serata di sabato 8 agosto a conferire dignità di marca Progressive alla rassegna triestina ci pensa il reclutamento del gruppo Metamorfosi, realtà sorta anche essa verso al fine degli anni '70 tra le sfumature beat e le prime tracce da suite e magari da concept (filo conduttore monotematico dell'intero lavoro) quelle che avrebbero scompaginato ben presto il piano canonico della canzone "da 3 minuti". I Metamorfosi debuttano sul mercato nel 1972 con l'album "E fu il sesto giorno" - lavoro curato nella musica e nei testi dal leader attuale Jimmy Spitalieri assieme ad Enrico Olivieri - ma è con i seguenti progetti che planano del tutto nell'universo Prog, dando vita ad una singolare e intensa trilogia basata sulle concezioni dantesche, producendo "Inferno" nel 1973, "Paradiso" circa vent'anni più tardi e quindi "Purgatorio" nel 2014. La formazione comprende sempre le guide Jimmy Spitalieri alla voce e flauto ed Enrico Olivieri alle tastiere ma con l'innesto di Fabio Moresco alla batteria e Leonardo Gallucci alle chitarre e basso; il sound non dovrebbe discostarsi dalle impronte magiche del Prog d'annata, quello non tanto "vintage" quanto vivo, disegnato dai molti linguaggi di una matrice narrativa colta e immaginifica. La prima tappa del festival ridona sul palco anche la band Disequazione, "dinosauri" del Prog made in Trieste, creatura anni '80 fondata da Giorgio Radi e Vinicio Marcelli, gruppo ora alle prese non solo con un processo di recupero del materiale dei primordi ma con inediti da concentrare nel nuovo album dal titolo "Progressivamente Rivelazioni Urbane", la cui uscita è prevista in autunno. La culla sonora dei Disequazione è nota e si lega alle sonorità classiche della miniera aurea Prog, quella cesellata dai Genesis, King Crimson e dai primi Camel. Nel contempo i cinque triestini non hanno abbandonato il filone e pare intendano solo personalizzarlo ulteriormente, cercando anche l'impatto dal vivo dei nuovi arrangiamenti e della ritrovata vena compositiva. La band giuliana si avvale sempre delle anime guida Giorgio Radi al basso (uno che ha lavorato a fianco della Formula 3, Aldo Tagliapietra e i Matia Bazar) e Vinicio Marcelli al flauto e alla chitarra, artista ammaliato da Steve Hackett e dintorni. Nel gruppo giostrano anche il tastierista Dario Degrassi il batterista Fiodor Cicogna e il cantante Luca Sparagna. Il finale della serata di sabato prossimo? È affidato ai Straduri Killa, i giovanissimi e validi ballerini triestini distanti dal Prog ma illuminati dal talent show.
sabato 25 luglio 2015
All’Auditorium Fiorella Mannoia, signora della musica italiana
Giovedì 23 luglio, con inizio alle ore 21, la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica ospiterà l’atteso concerto di Fiorella Mannoia e della sua band. La grintosa ed elegante artista romana proporrà al pubblico una lunga escursione attraverso i suoi brani storici e le canzoni di molti altri autori. Un doppio cd, un’antologia musicale pubblicata la scorso anno, un progetto al quale hanno partecipato tanti amici e colleghi per celebrare i suoi 60 anni e i nove lustri della sua carriera: la raccolta “Fiorella” - che contiene anche le voci e le canzoni di Celentano e Baglioni, di Battiato e Fossati, fra gli altri - è stata la scintilla da cui è scaturito questo lungo tour che tornerà al complesso ideato da Renzo Piano giovedì prossimo. Interprete raffinata e appassionata, dotata di una voce ora carezzevole ora decisa e di un carattere sensibile e determinato, abituata sempre a dire quello che pensa senza mezze misure, Fiorella Mannoia è indiscutibilmente una delle signore della musica italiana, un’artista che come poche altre ha saputo esprimere e trasmettere emozioni, rendendo proprie tutte le canzoni che gli altri hanno scritto per lei. Così, nel concerto dell’auditorium - che è inserito nella rassegna “Luglio suona bene” - non mancheranno brani storici come “Caffè nero bollente”, “Quello che le donne non dicono” e “Sally”, arriveranno pezzi memorabili come “Il cielo d’Irlanda” e “Come si cambia”, e si omaggeranno i big della canzone nostrana con “Amore bello”, “Un bimbo sul leone” e “Via con m
giovedì 16 luglio 2015
Jovanotti, serenata rap all'Olimpico: foto mai viste sul palco di Roma
In esclusiva per Repubblica.it le foto scattate sul palco durante il concerto di Jovanotti all'Olimpico. Lo show nello stadio della Capitale ha registrato il sold out con 65mila fan che hanno ballato e cantato per oltre due ore e mezza. Un record per l'artista toscano che nelle prime sei tappe del tour - Ancona, Padova, Bologna, la doppietta di Firenze, la tripletta di Milano e l'unica data a Roma - si è esibito davanti a 400mila spettatori. Prossimi appunatmenti il 18 luglio a Messina, il 22 a Pescara, il 26 a Napoli e il 30 a Bari. Annunciata già anche una prima tranche di appuntamenti per Lorenzo nei palazzetti, il nuovo spettacolo per l'inverno, a partire dal 19 novembre da Rimini
domenica 5 luglio 2015
Franco Battiato a Milano, fra pop e musica colta
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